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    Aumento delle tariffe dei parcheggi, una tassa che colpisce i più poveri

    Sosta, ma quanto mi costi? (immagine con Ai)

    L’aumento delle tariffe per la sosta deciso dalla giunta di Pavia è un errore. Sia chiaro: sono favorevole alla pedonalizzazione dei centri storici, alla prevalenza della mobilità ciclabile e pedonale rispetto a quella automobilistica, credo che il sistema di trasporto pubblico debba, nel futuro, sostituire il mezzo privato il più possibile. Ma, ripeto, siamo ora di fronte a un errore. Un errore grave perché è prima di tutto un errore politico. Sulle ragioni tecniche, mi affiderei all’intervento su Facebook di Davide Lazzari, che è competente (“La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe”, ne è l’esordio) e che allego in fondo a questo post. E vengo al dunque.

    Ogni forma di tassazione, diretta o indiretta, oppure mascherata sotto forma di altri provvedimenti, che non sia progressiva, è una ferita alle classi socialmente ed economicamente più disagiate. Ci sono provvedimenti, persino, che giusti nel principio generale, diventano gravemente ingiusti. Per dirne uno davanti agli occhi di tutti: l’obbligo di avere auto recenti o elettriche per accedere ai centri storici delle città. Non ci vuole un economista per capire che auto recenti, e per di più elettriche, costano spesso il doppio delle altre, usate e con motori tradizionali. Quindi, di conseguenza, l’accesso al centro storico è riservato, per dirla chiara, a chi ha i soldi. Gli altri, sugli autobus. Che funzionano spesso male se non malissimo. O persino (penso a Pavia in certi orari) non ci sono.

    E quindi, aumentare il costo della sosta in città è semplicemente sfavorire i più poveri mentre i ricchi (la faccio proprio terra a terra) se ne sbattono altamente se devi spendere 2,5 euro l’ora per mettere l’auto a due passi dal ristorantino di pesce preferito. Il provvedimento di aumento delle tariffe, dunque, è politicamente sbagliato. Se volevo scelte di destra, non votavo un sindaco di centrosinistra. Da questa giunta, che ho votato e ovviamente rivoterei, mi aspettavo che facesse scelte decise e coraggiose. La prima, realizzare due parcheggi multipiano: il primo in area ex Cattaneo, il secondo (come era stato in passato saggiamente previsto) in via Oberdan. E poi che diminuisse il costo del biglietto dell’autobus: che andare in centro in auto, in due persone, posteggiare a pagamento, costa meno che prendere il mezzo pubblico. In questa confusione generale della giunta sulla viabilità, la vicenda di via Bricchetti è altrettanto significativa. Eliminare la sosta selvaggia, pericolosa per ciclisti e pedoni, è stata ovviamente una scelta giusta. Ma farlo senza prima recuperare un’area di sosta alternativa è di fatto una cattiveria nei confronti dei pendolari che già vivono una vita difficile e qualcuno riesce a complicargliela.

    Io credo, ma posso certamente sbagliare, che le scelte di una giunta di centrosinistra debbano prima privilegiare la fasce di popolazione economicamente disagiate e poi, solo dopo, provvedere a migliorare la condizioni dell’ambiente. L’ambientalismo, spiace dirlo, è roba per ricchi. Se è fatto così, alla carlona. Chi fa politica nella sinistra, dovrebbe spesso tenerne conto.

    L’intervento di Davide Lazzari (che condivido)

    “La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe.

    Il primo passo deve essere la verifica dell’indice di rotazione dei parcheggi, da correlare non al numero di sanzioni, ma al numero di letture dei tagliandi effettuate quotidianamente dagli ausiliari. È questo il dato che misura l’effettivo utilizzo dello spazio pubblico.

    In secondo luogo, è necessaria un’analisi puntuale dell’utenza: chi utilizza quella sosta, in quali orari, con quali esigenze e per quali destinazioni. Un monitoraggio reale dei comportamenti è indispensabile per qualsiasi scelta regolatoria efficace.

    Successivamente occorre regolamentare le diverse zone, individuando aree “ombra” e ambiti critici, introducendo modelli regolatori differenziati in grado di orientare i comportamenti e riequilibrare la domanda.

    ripensare la sosta come leva per rendere più attrattivo il trasporto pubblico locale, lavorando su integrazione, accessibilità e convenienza.

    Parallelamente va costruito un piano di investimenti per parcheggi in struttura, indispensabile per togliere pressione alla sosta su strada e liberare spazio urbano.

    Solo in ultima istanza si può intervenire sulle tariffe.

    In questo modo la sosta diventa uno strumento di governo della mobilità, non una mera leva fiscale.”

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    La gente che muore e chi non paga le tasse. Manette sì, ma agli evasori finalmente

    Immagine realizzata con l’Ai

    Bisognerebbe leggere questo articolo fino in fondo, abbiate pazienza

    Nel 1982, con la legge 516, si parlò di “manette agli evasori”. Insomma, di fronte a un’evasione fiscale, anzi, un’elusione fiscale di proporzioni ormai gigantesche, a qualcuno venne in mente che forse forse tra chi rubava una mela al supermercato e chi non pagava le tasse, a provocare il danno maggiore era il secondo. Il fatto è di assoluta evidenza se si accende il cervello: il pagamento delle tasse, che siano poche, tante o eccessive, persino ingiuste, è collegato alla necessità di risorse finanziarie con le quali si realizzano i servizi pubblici. Poi, sull’uso dei tributi, si può ulteriormente dibattere, ma resta un fatto indiscutibile. Ora, di fronte alla stretta securitaria dell’attuale governo su reati certamente gravi, ma molto meno dell’evasione fiscale, bisognerebbe ragionare. Ossia, molto brevemente, domandiamoci: siamo certi che il reato immediato, visibile, tangibile, accanto a noi, sia più grave di un reato che “non vediamo”? Insomma, un gruppo di delinquenti picchia un agente di polizia. Grave? Certo. Un commerciante non rilascia lo scontrino? Grave? Secondo me di più. Un gruppo di giovani occupa un terreno privato per un rave? Grave? Certamente, la proprietà privata è difesa dalla Costituzione. Un’azienda fa del “nero”? Grave? Sicuramente, più del terreno occupato.

    Perché la questione è un po’ sempre la stessa. Ciò che è vicino a noi ci tocca di più. Se qualcuno ruba in casa mia, all’improvviso il problema sicurezza è quello che andrà risolto immediatamente. E non serve a niente spiegare, magari, che nel mio quartiere i furti sono diminiuti del cinquanta per cento. Hanno rubato la mia roba, e vaff*** alle statistiche. E così, il commerciante, l’idraulico, l’azienda, l’artigiano, etc etc che frodano il fisco, sembra non abbiano effetto sulla nostra vita quotidiana. Anzi, se paghiamo in nero spendiamo di meno. E vaff*** la ricevuta fiscale se posso risparmiare.

    L’altro giorno Il Sole 24 Ore ha riportato la situazione dell’evasione fiscale secondo l’Agenzia delle Entrate: “Guardia alta, anzi altissima sull’evasione totale. I numeri diffusi dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, durante Telefisco 2026 parlano chiaro: oltre 200mila evasori totali scoperti nel 2025. Di questi il 57% (circa 116mila) non aveva proprio presentato la dichiarazione nonostante avesse l’obbligo di farlo. Mentre il restante 43% (86mila soggetti) erano del tutto sconosciuti al fisco, in pratica svolgevano la loro attività completamente in nero. Numeri che mostrano in tutta la gravità il problema degli italiani con il fisco, in cui permangono ancora troppe sacche di evasione e di elusione.”

    Alcuni dati, sempre dell’Agenzia delle Entrate:

    Secondo la “Relazione sull’economia non osservata” più recente (pubblicata a fine 2025), il valore totale dell’evasione in Italia (il cosiddetto Tax Gap) è stimato tra i 98 e i 102 miliardi di euro.

    Ecco come si compone e quali sono i trend principali:

    • Composizione del “nero”: Circa l’84% del gap è dovuto a omessa o infedele dichiarazione (come i casi citati nel tuo screenshot), mentre il restante 16% riguarda omessi versamenti (tasse dichiarate ma non pagate).
    • Le imposte più evase: L’IVA resta la voce principale, sebbene in calo negli ultimi anni grazie alla fatturazione elettronica. Segue l’IRPEF (soprattutto da lavoro autonomo e d’impresa), con una propensione all’evasione che in alcuni settori supera ancora il 60%.
    • Recupero record: Nel 2024, l’Agenzia delle Entrate ha registrato un risultato storico, recuperando oltre 33,4 miliardi di euro (circa 2 miliardi in più rispetto all’anno precedente).

    E qui arriviamo alla sintesi. Nei giorni scorsi, a Bari, Maristella, una giovane malata di tumore doveva prenotare un esame diagnostico in tempi rapidi, perché i sintomi si erano ripresentati violenti dopo le cure che parevano aver avuto un certo effetto. I tempi indicati dal medico erano di urgenza, dieci giorni. Il primo posto libero, con il servizio pubblico era a novembre. Certo, sarà anche a causa della vergognosa gestione delle liste di attesa, ma altrettanto pesa la mancanza di risorse per il Policlinico di Bari. Scrive il Corriere della Sera: “Le macchine a cui il neuroradiologo fa riferimento sono tac e risonanze. In tutto il Policlinico di risonanze attive ce ne sono solo due, una nella struttura di Neuroradiologia e l’altra che sarà presto sostituita con la nuova finanziata dal Pnrr in Radiologia: «Quando un macchinario va fermato non viene sostituito, ma soppresso. In Neuroradiologia siamo passati da tre risonanze a una e da due tac a una. Abbiamo gli infermieri ridotti all’osso, ma ci dobbiamo occupare anche degli esami radiologici del pronto soccorso. Tra pazienti che arrivano dall’esterno e quelli del pronto soccorso arriviamo a fare anche 100 esami in 24 ore». Il risultato è il caso di Maristella”.

    A voi piace così?

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    Minneapolis, la tragedia del Congo e qualche pensiero su come siamo fatti

    La notizia data dal sito internet della Bbc

    Un amico, l’altra sera, mi ha posto una domanda che sintetizzo così: perché ci stracciamo le vesti per due morti a Minneapolis quando il mondo, purtroppo, ci “offre” tragedie ben peggiori? Il riferimento era, come è subito chiaro, alle pagine dei giornali, ai servizi giornalistici televisivi, ai siti internet e ai social, che ogni ora dedicano spazio alle violenze dell’Ice e si sono dimenticati della tragedia del Congo, dove oltre 200 minatori sono morti per il crollo di una miniera. “La notizia – spiegavano le agenzie – viene da Lubumba Kambere Muyisa, portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera. Il crollo sarebbe avvenuto mercoledì, ma fino a poche ore fa il bilancio delle vittime non era chiaro. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore molto richiesto dai produttori di telefoni cellulari, computer, componenti aerospaziali e turbine a gas.  Il sito, dove la gente del posto scava manualmente per pochi dollari al giorno, è sotto il controllo del gruppo ribelle M23 dal 2024″. 

    Dunque, morti di serie A e morti di serie B? Beh, è vero. Avviene così. Posso citare un esempio significativo: quasi soltanto il quotidiano Avvenire, con grande merito, si occupa della tragedia umanitaria del Sudan. Scrive Amnesty International: ” Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000“.

    Quindi, peggio di Gaza, peggio della guerra in Ucraina. E invece, la tragedia del Sudan spesso non viene neppure seguita da molti organi di informazione. Le ragioni? Tantissime, difficile spiegarle tutte. Una molto evidente, è che i fatti vicini a noi, geograficamente e politicamente, ci interessano di più. Il crollo a Niscemi è nulla rispetto ad altre vicende, eppure ci fa un grande effetto, anche perché è significativo della storia di mal governo del nostro Paese. E poi, ci sono altre ragioni. Ciò che accade a Minneapolis, politicamente e storicamente, ha pochi precedenti nei Paesi occidentali. Fa effetto, ci fa pensare che potrebbe capitare proprio a noi. E, molto cinicamente, non riusciamo a immaginare che una crisi come quella del Sudan possa verificarsi in Lombardia. Siamo fatti così, probabilmente fatti male, e gli organi di informazioni riflettono ciò che siamo. Cambiamo noi, cambierà l’informazione.

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    Cinema e realtà, Sean Penn & Gregory Bovino e chi prenderà gli Oscar

    Come sempre meno accade, la fantasia supera la realtà (anche se poi, dopo, ti accorgi che in realtà la realtà ha brutalmente superato la fantasia). Questo attorcigliarsi con le parole per prendere atto dello straordinario rapporto tra il film “Una battaglia dopo l’altra”, candidato a parecchie statuette dei prossimi Oscar, e quello che sta avvendendo negli States con la deriva violenta e sanguinaria di Minneapolis. L’analogie tra film (fantasia) e cronaca (realtà) sui temi della lotta violenta e feroce contro l’immigrazione negli Stati Uniti è già stata oggetto di analisi di colleghi più preparati di me. Mi limito a riportare un passaggio di un bell’articolo de Il Manifesto dei giorni scorsi proprio sulla questione: ” La travolgente tragicommedia di PT Anderson, girata un anno prima che scattassero i pogrom delle milizie di Ice, contiene il presagio, non solo dei rastrellamenti etnici, ma un personaggio come il colonnello Steven J Lockjaw. Il militare suprematista interpretato da Sean Penn (meritata candidatura per lui) sarebbe stato considerato una geniale invenzione di satira farsesca se non si sovrapponesse così perfettamente al comandante Gregory Bovino, il vero gerarca che gli Americani si sono ormai abituati a vedere dirigere le operazioni di pulizia etnica sulle strade del paese”. Ecco, il paragone, l’analogia incredibile, è tra Gregory Bovino e Sean Penn, analogia anche fisica come mostrano le due fotografie che ho allegato qui sopra.

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    “Lo Stato del terrore è arrivato”, il monito del New York Times

    Di fronte allo scempio che Trump sta facendo della democrazia e del suo stesso popolo, è difficile sia trovare le parole giuste, sia quelle originali. Non ho conoscenza e competenza sufficiente per dire meglio di altri. Mi affido dunque, sperando che possa essere utile, alle parole di chi sta vivendo e analizzando ciò che accade negli Usa, in particolare al commento che questa mattina ho letto sull’edizione on line del New York Times dal titolo “Lo Stato del terrore è arrivato”. Cito il primo paragrafo che, in qualche modo, dice tutto e sintetizza: “Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis, non dovrebbe più essere possibile dire che l’amministrazione Trump cerca semplicemente di governare questa nazione. Cerca di ridurci tutti a uno stato di paura costante – una paura della violenza da cui alcune persone possono essere risparmiate in un dato momento, ma da cui nessuno sarà mai veramente al sicuro. Questa è la nostra nuova realtà nazionale. Il terrore di Stato è arrivato”.

    Poi, il mondo è bello perché è vario. E ci troviamo anche il quotidiano Il Tempo, conservatore, reazionario e filo trumpiano, che riesce a non mettere nella prima pagina le notizie da Minneapolis. Notizie e tragedie che sono una spina nel fianco della Meloni. Ma i lettori de Il Tempo, suppongo, non se ne preoccupano.

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    Una speranza che qualcuno metta in riga Trump (democraticamente, s’intende)

    La pagina del New Yotk Times

    Una speranza c’è. E viene dal New York Times e dal racconto in una sua pagina che, nei giorni scorsi, è stato dedicato al rapporto tra gli elettori, anche trumpiani, e il presidente degli Stati Uniti. I sondaggi e le analisi ci dicono che probabilmente la “luna di miele” con gli elettori certamente conservatori di destra, ma moderati, sta finendo. C’è, come dice il titolo, una sorta di inversione di tendenza. In particolare, poi, gli elettori – che sono, ripeto, conservatori – ritengono che Trump si sia impegnato su priorità sbagliate. Insomma, la lotta feroce contro gli immigrati, l’utilizzo di una forza di stile nazi-fascista come l’Ice, non vengono visti come la soluzione a un Paese, gli Usa, che ha visto crescere la ricchezza di chi ricco già lo era, mentre la fascia medio bassa della popolazione non ha avuto miglioramenti nella propria situazione di vita quotidiana e a volte persino peggioramenti. Insomma, come detto, una speranza c’è ed è quella delle elezioni di novembre, di medio termine, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato. Ma in quel caso, come reagirà al verdetto elettorale? E permetterà davvero che si vada al voto? Vuoi vedere che dovremo guardare agli Usa come oggi guardiamo alla Russia e alla Cina? Che tristezza.

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    Il ponte dei suicidi e la rete di protezione: la storia del Golden Gate Bridge

    La pagina del New York Time dedicata al Golden Gate Bridge

    Ogni tanto, a condizione di non pensare alla svolta autoritaria decisa da Trump e dall’orrendo mondo Maga, qualche buona notizia, si fa per dire, dagli Stati Uniti arriva. In questo caso è anche una vicenda curiosa, ossia il fatto che il Golden Gate Bridge, il celebre ponte di San Francisco, fosse scelto dalle persone che si volevano togliere la vita. Ora, dopo anni di lavori per costruire un’immensa rete di protezione, il numero dei suicidi è decisamente diminuito. Anche se poi, anche uno solo, crea sempre una terribile tristezza. Scrive il New York Time in uno degli articoli di un’intera pagina dedicata alla vicenda: “Nel 2006, almeno 34 persone si sono gettate dal ponte, precipitando per oltre 60 metri nelle acque sottostanti. Quello è stato l’anno in cui Paul Muller e altri due familiari di persone che si erano tolte la vita dal ponte decisero di agire. Per decenni si è evoluto lentamente in un complesso sistema di cavi in acciaio inossidabile a maglia lunga — un “sistema di rilevamento suicidi” — teso 6 metri sotto il corrimano su entrambi i lati del ponte, fuori dalla vista dei milioni di persone che lo attraversano ogni anno, ma chiaramente visibile a chiunque guardi dal corrimano. Per decenni, la media era di circa 30 suicidi all’anno. Nel 2024 sono state installate le ultime parti della rete e, con alcuni aggiustamenti effettuati, negli ultimi due anni i numeri sono diminuiti drasticamente. Nel 2025, primo anno completo con la rete installata, ci sono stati quattro suicidi, rispetto alla media precedente di circa 30. Negli ultimi sette mesi del 2025 non si è registrato alcun suicidio sul ponte, il periodo più lungo senza salti mortali da quando il ponte è stato aperto, nel 1937”.

    • Già nel 1939 la polizia stradale chiese di alzare i parapetti, ma per decenni le autorità respinsero l’idea di barriere per motivi di costi, estetica e dubbi sull’efficacia.
    • Dagli anni ’90 furono introdotti telefoni di emergenza collegati a linee di ascolto e pattuglie dedicate, che hanno permesso centinaia di interventi diretti con formazione specifica in gestione della crisi.
    • Associazioni di familiari delle vittime e medici hanno spinto per decenni per una soluzione fisica, citando studi che mostrano come una barriera riduca i suicidi senza un grande “spostamento” verso altri luoghi.
    • Nel 2014 è stato approvato il progetto di una rete d’acciaio che sporge circa 6 metri sotto il camminamento, finanziata con centinaia di milioni di dollari da distretto del ponte, stato e agenzie di trasporto.

  • Esteri,  giornalismo,  Media,  Politica

    Trump, la democrazia in crisi e due storie raccontate dal New York Times

    La lettura, di solito un po’ faticosa poiché la mia conoscenza della lingua inglese è tutt’altro che perfetta, dei quotidiani statunitensi mi sta convincendo di un fatto tutto sommato banale e scontato: del rischio di una “dittatura Trump” sono più preoccupati loro negli Usa di noi in Europa. In particolare il New York Times e il Washington Post, giornali certo non conservatori ma simpatizzanti per i Democratici, dedicano pagine e pagine, decine di pagine settimanalmente, all’analisi dei rischi per la democrazia, quella democrazia che noi, fino a poco tempo fa, avevamo come esempio, mentre oggi siamo costretti a tenerci ben stretta quella sempre più debole assicurata dal centrodestra italiano. Due articoli, entrambi del NYT, mi hanno colpito. Il primo, qui sotto, si domanda, in buona sostanza, se ci sarà una reazione a ciò che sta accadendo, in particolare per le brutali e fasciste violenze dell’Ice, da parte del Paese.

    Il secondo articolo, meno riflessivo ma curioso, ci racconta di come il “fascino” del trumpismo dia segni di cedimento. Lo dicono i sondaggi, anche se molto anticipati, sulle elezioni di metà mandato, fissate a novembre, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza in parlamento; e appunto lo racconta questa storia di un negozio tutto dedicato al 47esimo presidente e che ora sembra debba chiudere. Un segnale di speranza? Chissà…

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    Francesi malefici, adesso mettete lo zucchero nel vino. Lo faremo anche noi?

    Vino “allo zucchero” nelle cantine francesi

    E i francesi ci rispettano / Che le palle ancora gli girano / E tu mi fai, “Dobbiamo andare al cine” / Vai al cine, vacci tu

    A dire la verità, questa volta le palle ce le fanno girare i francesi. I quali, dopo aver dato lezioni sul vino a destra e a manca, per primi fanno qualcosa che mai avremmo immaginato: zuccherare il vino. Anche quello pregiato. Certo, si tratta di zucchero d’uva, estratto dal mosto del vigneto che ha prodotto il vino stesso (non zucchero per alzare la gradazione), ma da qualsiasi parte la guardi questa vicenda, lascia pensare. Anche perché la decisione francese nasce da una scelta di mercato: modificare il sapore del vino per venire incontro ai gusti dei giovani, che amano il dolce. Una bestemmia, potremmo dire. Ma come sempre, business is business, alla faccia della coerenza. Succederà anche in Italia? Anche i vini oltrepadani saranno “corretti” allo zucchero d’uva? Scrive Il Sole 24 Ore: “Quella appena introdotta in Francia e non per i vini generici, ma per quelli Aoc (l’equivalente delle nostre Doc e Docg) rappresenta una vera e propria rivoluzione soprattutto perché viene adottata da un Paese che si è sempre professato difensore dell’integrità e della tradizione del prodotto vino”.

    E si aggiunge: “Nel caso invece della novità appena introdotta oltralpe (anch’essa esclusa in Italia) l’aggiunta può avvenire fino a ottenere nei vini un residuo zuccherino massimo di 9 grammi litro e deve avvenire a fermentazione conclusa. Per questo viene anche fissata una data: le operazioni non possono avvenire prima dell’1 novembre di ogni anno. Così l’aggiunta di zucchero post fermentazione permette di arrotondare le spigolosità di tannini e acidità senza per questo dover spostare il prodotto (sia rosso che rosato che bianco) all’interno delle categorie dei vini dolci.”

  • Arte,  fotografia,  Fuji X Series,  jazz,  Oltrepo,  photography,  Photoshop,  Post produzione,  Ritratti

    Jazz da Stradella a Pavia, una domenica tra musica perfetta (e qualche fotografia)

    Al teatro di Stradella, domenica sera, ancora un concerto di altissimo livello. Con tanto pubblico, segno che il jazz, quando è jazz di qualità, viene seguito. Certo, il fatto che si tratti di pomeriggi musicali gratuiti aiuta, ma a volte mi capita di incrociare avvenimenti finanziati e gratuiti che valgono una cicca. Dicevo di domenica sera: sul palco Carlo Nicita – flauto; Tito Mangialajo Rantzer – contrabbasso; e Rodolfo Cervetto – batteria. Per un tributo a un mito del sassofono jazz, Sonny Rollins. Va detto che l’appuntamento precedente era stato dedicato ad un altro maestro del jazz, Telonious Monk, mentre il prossimo porterà a Stradella i suoni e i temi del più grande armonicista che si ricordi, Toots Thielemans. Insomma, con il prossimo spettacolo al teatro Fraschini su Miles Davis, si può ben dire che la storia del jazz si fa in provincia di Pavia (esagerando).

    Vengo al concerto di domenica per una questione personale. A suonare c’era, come detto, Tito Mangialajo Rantzer: docente prima al conservatorio di Pavia, ora a quello di Milano, e amico. Mi ha chiesto di scattare qualche foto del concerto e anche se è parecchio che non fotografo musica, ci ho riprovato. Nella galleria, i risultati. Spero abbiano un minimo di qualità.